Caravaggio (Michelangelo Merisi) (Milano 1571 – Porto Ercole 1610)
Giuditta e Oloferne

1599 ca.

olio su tela

cm 145 x 195

Palazzo Barberini

Inv: 2533

Tre personaggi e un drappo rosso sullo sfondo: pochi elementi, in grado di orchestrare un vero e proprio teatro dei contrari. Buio e luce, vecchiaia e giovinezza, vita e morte, forza e fragilità.
Giuditta è un’eroina del Vecchio Testamento, una giovane vedova ebrea che salva il suo popolo dall’assedio dell’esercito assiro. Finge di volersi alleare con il nemico e uccide con le proprie mani il generale Oloferne, dopo essere stata accolta nell’accampamento con un fastoso banchetto.
Fin dal ‘400 è un’iconografia frequente, ma non era mai stata rappresentata con tale cruenta spettacolarità.
Qui la scimitarra è in pieno affondo, c’è energia nelle mani e negli arti contratti di Oloferne, ma ancora per poco. La bocca del generale è spalancata in un grido che sta per spegnersi, il fiotto di sangue non ha ancora esaurito il suo getto, come se Caravaggio avesse voluto bloccare gli istanti fulminei di un’azione, difficili da fermare con lo sguardo. La fonte di luce è collocata in alto a sinistra e investe per intero l’esile figura di Giuditta, con la fronte aggrottata, nello sforzo di richiamare a sé tutte le forze, fisiche e spirituali, per un gesto che compie suo malgrado. L’ancella Abra, che nel racconto originale è una giovane donna, diventa una vecchia dal volto rugoso e dagli occhi allucinati, spia dell’orrore che l’osservatore prova di fronte a una tale violenza. La tela, datata al 1599 circa, è importante da un punto di vista stilistico e tematico: è il primo vero quadro di storia di Caravaggio e inaugura la fase dei forti contrasti tra luce e ombra. Venne commissionato dal banchiere Ottavio Costa, che vi era affezionato a tal punto da pretendere nel proprio testamento la sua inalienabilità. Del dipinto, però, si persero le tracce per secoli, e venne ritrovato solo nel 1951 dal restauratore Pico Cellini, quasi per caso, presso la famiglia che ne era in possesso, e segnalato al critico Roberto Longhi. Un coup de théâtre in piena regola, consono alla teatralità del quadro. Venti anni dopo venne acquistato dallo Stato ed esposto a Palazzo Barberini.